Intervista al prof. LUCA SERIANNI

 

Qual è secondo lei il personaggio più efficace di BLEAH! dal punto di vista linguistico? E quale l’ha divertita di più?

Direi il presidente Wilson. A parte l’esilarante discorso finale, quando la confusione dei linguaggi colpisce quasi tutti i personaggi, è molto divertente la sua costitutiva inadeguatezza e approssimazione linguistica (e culturale). La riflessione, un po’ amara, è che la democrazia, in sé, non porta necessariamente al potere i migliori.

 

Nel corso della campagna promozionale di BLEAH! qualche esperto di marketing ci ha fatto notare che Il termine BLEAH! avrebbe potuto essere censurato dagli algoritmi della rete perché inteso come parola ‘oscena’, dunque, difficile da utilizzare per la promozione. La cosa ci ha stupito e anche preoccupato. Nel mondo virtuale, una censura acritica, potrebbe eliminare metafore, doppi sensi e giochi di parole? 

Il rischio è reale. Pensiamo a quel che avviene per una campagna nata con le migliori intenzioni, quella a favore del “politicamente corretto”: procedimenti automatici portano a colpire anche espressioni innocue e comunque tutelate dal diritto alla libertà di pensiero. Tra i diritti c’è anche quello al turpiloquio e ai doppi sensi: poi, certo, tutto dipende dai contesti d’uso. Ma nel caso di Bleah! mi pare che l’imperversante turpiloquio, fino al finale fuoco d’artificio dell’anfibologia sessuale, risponda a un’intenzione ironico-giocosa che ne garantisce la funzionalità espressiva.

 

Pascal diceva Ridere della filosofia significa filosofare per davvero. La risata può essere un veicolo per invitare un pubblico più vasto a riflessioni non sempre piacevoli? 

Sicuramente sì. Il comico ha uno straordinario impatto quanto ad attrattività. Del resto, la satira è fortemente repressa nei regimi autoritari, e pour cause.

Quanto ci ha impoverito, linguisticamente, il cellulare? Quanto ci hanno limitato ‘creativamente’ e culturalmente gli sms, le mail, gli inarrestabili WhatsApp dei quali, sembra, non possiamo più fare a meno?

Il problema non è la diffusione della comunicazione mediata dal computer in quanto tale. Vedo soprattutto due aspetti preoccupanti. Il primo riguarda, in particolare per bambini e adolescenti, il tempo sottratto ad altre attività, umanamente più ricche: il contatto dal vivo con gli altri (ci esprimiamo non solo con le parole, ma con la mimica, con la distanza dall’interlocutore, con la posizione del corpo) e la lettura, che porta alla riflessione e, prima ancora, alla comprensione di un testo più complesso rispetto alla grande maggioranza di quelli che la gente scorre rapidamente in rete. Il secondo, che colpisce in pieno anche gli adulti, è l’incredibile superficialità con cui si scrivono nei social le cose peggiori: cose che bisognerebbe vergognarsi anche di pensare e che invece, a causa del mezzo e della sua potenza, diventano “virali”.

 

Le abbreviazioni che spesso vengono utilizzate per gli sms e per WhatsApp rischiano di sostituire le parole effettive cui si riferiscono? Cioè, in un futuro magari non troppo lontano, esiste il rischio di una ‘mutazione genetica’ del linguaggio veicolata dal diffondersi sconclusionato di nuove parole che, in realtà, sono solo abbreviazioni delle parole originarie? Il nuovo può scalzare il vecchio e farlo dimenticare?

No. Le famose abbreviazioni adoperate negli sms sono presto diventate obsolete (e lo stesso sms è una risorsa invecchiata, adoperata solo da adulti e anziani; i giovani ricorrono ad altri tipi di comunicazione, come i messaggi vocali). La rapidità dei ritmi di innovazione tecnologica è paradossalmente una garanzia: le strutture linguistiche di fondo reggono bene all’impatto della rivoluzione informatica che, in un certo senso, divora continuamente sé stessa.

 

BLEAH! denuncia, a suo modo e in commedia, un depauperamento del linguaggio in un universo comunicativo sempre più social, più web e solo apparentemente ‘connesso’. 

Lo dimostra facendo effettivamente saltare le connessioni tra il BOT e gli esseri umani e, soprattutto, tra il significato e il suono delle parole. 

Come valuta un linguista l’idea paradossale del virus linguistico che serpeggia nella serie? 

Come un divertente paradosso, appunto. Può servirci, in ogni caso, per riflettere all’importanza dei controllare sempre quel che diciamo (e quel che facciamo) quando ci rivolgiamo a una platea larga. Le parole sono pietre, non c’è dubbio. Questo non avviene solo per Wilson che in Bleah! parla in televisione a tutto il mondo, ma anche a tutti quelli che, attraverso facebook o con altre modalità, coinvolgono destinatari numerosi e imprevedibili.

 

Dal 23 maggio al 24 luglio 2019 BLEAH! ha totalizzato 651.882 visualizzazioni e il numero degli spettatori sta continuando a crescere esponenzialmente. Vista la diffusione rapida di BLEAH! nel web, ritiene che il gioco (presente nei dialoghi) di spostare il significato delle parole assonanti potrà produrre qualche effetto domino nel comportamento linguistico della gente? Ci sono altri esempi di analoghe contaminazioni verbali o modi di dire provenienti dalla televisione o dal cinema che hanno lasciato tracce linguistiche?

Direi di no. Anche i tormentoni televisivi, diffusi dal grande successo di alcune trasmissioni radiofoniche e televisive del secondo Novecento (del genere di “La seconda che hai detto”) non hanno lasciato traccia. I malapropismi – così si chiamano in linguistica gli scambi di parole determinati non da un lapsus ma dall’ignoranza (per esempio usare celebre invece di celibe) – dipendono dalla perdita di contatto da parte di masse abbastanza larghe di parlanti con la lingua meno corriva. È un problema molto grave socialmente, ma non c’è comunque un possibile effetto domino.

[a cura della Redazione di YouSquare.it, 30 luglio 2019]